STORIA DEL PIPER

Parlare oggi del Piper Club, di quello che ha significato nel costume e nella musica degli ultimi quarantasette anni, è un po’ come fare della storia.
Alberigo Crocetta (l’avvocato) fece società con Giancarlo Bornigia e, scovato un locale nuovissimo che, costruito per essere utilizzato come cinema non aveva avuto permessi di agibilità, lo riempirono di macchine strane, lo munirono di una “buca dell’eco”, lo fecero decorare da artisti d’avanguardia e lo chiamarono “Piper”, zampognaro. Solo le opere d’arte che decoravano il fondale, se non fossero state vandalicamente distrutte in un secondo tempo, servirebbero oggi ad attrezzare un museo d’arte contemporanea. C’erano due Andy Warhol, dei Rotella, degli Schifano, dei Rauchemberg, dei Manzoni. Le luci che adesso ci farebbero sorridere, erano una vera e propria sfida a tutti i canoni fino ad allora accettati. Il suono era pazzesco, prevaricatore, straripante, totale ed era manipolato dall’insuperato “mago” Beppe Farnetti.
Aprirono con un complesso “rimediato” da Teddy Reno, che allora era impresario in Inghilterra, e tutta Roma vide, stupefatta, i posters giganti di quattro giovanotti con capelli lunghissimi che invitavano a recarsi al Piper Club, via Tagliamento 9, e che si chiamavano The Rokes. Nel timore che la musica “beat” dei Rokes fosse un po’ troppo indigesta si ingaggiò un complessino che faceva “night” al Club 84 e lo si incaricò di suonare cose nostrane fra un round e l’altro dei “mostri” inglesi. La formazione che doveva fare il “liscio” era l’ Equipe 84 ma fin dalla prima sera fu costretta letteralmente, dal pubblico assatanato, a fare lo stesso tipo di musica che facevano i Rokes. La discoteca non c’era ancora. Fu un successo senza precedenti ma il locale non fu subito un locale per soli giovani perché la “Roma bene”, scopertolo, lo aveva adottato ed ogni sera scendeva quelle interminabili scale per il gusto di inorridire al suono troppo forte, di stupirsi ai contorcimenti dei primi “giovani beat” e di tentare qualche passo sincopato sotto la guida dei “maestri di ballo” previdentemente ingaggiati da Crocetta.
Ma, a parte la gente “bene” che nella sua sempiterna stronzaggine si lascia sfuggire ogni occasione di capire le cose prima che ne parlino i rotocalchi, gli artisti, la gente di cultura captò il messaggio di novità, di rottura che scaturiva da quella buca dell’eco da quei pochi ragazzi e ragazze che avevano un’aria di persone “libere” assolutamente inedita. Gassman, Zeffirelli, Anna Magnani, Alberto Bevilacqua, Nureyev, Gianrico Tedeschi, Monica Vitti, Albertazzi, Lilla Brignone, Ugo Sciascia, Sandro De Feo, Lina Wertmüller, Renzo Trionfera, Nanni Loy, Renzo Vespignani; questi pochi nomi vi bastino a farvi un’ idea dell’ondata di interesse che il Piper aveva scatenato. Si cominciò anche a saper ballare quella nuova e strana musica e fra le più scatenate c’erano Romina Power, Gabriella Ferri ed Anita Pallenberg che poi ci avrebbe lasciato per mettersi con un Rolling Stones. L’Equipe 84 ed i Rokes, riconfermati cento volte, non ce la facevano più a reggere il ritmo di un successo che andava crescendo di giorno in giorno e fu cosi che altri complessi vennero dall’Inghilterra e dall’improvvisazione italiana a dar loro una mano ed a rimpiazzarli di tanto in tanto. Mike Liddell, Patrick Samson, I Delfini, Honeycombs, New Dada, Lord Brummel, Bad Boys, The Echoes, Caterina Caselli, Dino, Fred Bongusto e molti altri fra i quali anche Rita Pavone che a quel tempo aveva ancora la voce da ragazzino.
La “vague” mondana cominciò a decrescere ma in compenso cominciarono a crescere le presenze dei giovanissimi, tutti belli e tutti scatenati. Fra le ballerine più brave, chi lo direbbe, c’era una biondina un po’ cicciottella e sempre affamata di insalata russa (il piatto più a buon mercato e quindi il più popolare della vicina tavola calda) quella ragazza si chiamava Nicoletta Strambelli e siccome aveva già canticchiato un po’ col nome di Guy Magenta, Alberigo Crocetta la convinse a formare un complesso femminile con Penny Brown e altre due ragazze romane. Suonavano da cani ma avevano una certa grinta e ci facevano ballare tutti, Tognazzi compreso, con lo stesso impegno che mettevamo quando c’erano i “grossi”. Intanto anche i giovani organizzavano e Tito Schipa Jr. mise in scena, con la collaborazione tecnica di Fabrizio Bogianckino, la famosa “Opera Beat” Then an Alley su testi e musiche di Bob Dylan; protagonisti Simon & Penny (Brown). Fu uno shock per molti ma un’indicazione di rotta per tutti. Dall’Inghilterra era arrivato un ingegnere fresco di laurea che cantava con una voce profondissima e, se elegantissimo, era accompagnato da un complesso straordinario e vestito di vecchi frac sbrindellati. Si chiamava Thane Russel ed era il più stupendo animale da spettacolo che si fosse mai visto sui palchi e sulle pedane del Piper… Intanto la Strambelli aveva inciso il suo primo disco Ragazzo Triste, il testo glielo aveva tradotto Gianni Boncompagni il quale, avendo allora anche velleità canore, utilizzò la base di Nicoletta per incidere anche lui la stessa canzone con il nome d’arte di Paolo Paolo; naturalmente scoppiò un casino e Gianni, per fortuna di tutti, rinunciò al canto. Quanto ai nomi d’arte avrete già capito che la Strambelli si era già scelto quello di Patty Pravo (veramente glielo aveva trovato Crocetta) e Giampiero Scalamogna quello di Gepy e Gepy. Giampiero, che si chiamò “Gepy & Gepy” per sottolineare la sua robusta mole che, in effetti, valeva per due, cantava con un complesso da sogno e con due splendide ragazze, bionda Melody e d’ebano Barbara, che pian piano passarono dai controcanti agli assolo; lui ricordava Ray Charles. Il Piper, che aveva già portato fortuna ai Rokes, all’Equipe e a Patty, ne portò anche a Caterina Caselli, che dopo tanta gavetta aveva sfondato al Festival di Sanremo comportandosi con una dignità mai più eguagliata né da altri né da lei; era la ragazza “tutto Piper”, e come tale si presentò e ce la fece. Un altro gruppo di ragazzi era intanto arrivato dall’Inghilterra, e fin dalle prime note conquistò quel pubblico freddo, ostile e preparato che non lasciava passare niente che non fosse più che alla page si chiamavano The Primitives e fece subito effetto il bassista dai capelli platinati e dalla faccia di befana, che suonava il basso con sole tre corde, ed il cantante magro come un filo, con una faccetta spaurita e una voce tanto potente per cui faceva spesso a meno del microfono. Si chiamava Mal.
Esplodeva il Detroit Sound e cominciavano ad arrivare tante di quelle orchestre di neri che il Piper sembrava improvvisamente trasferito ad Harlem; venivano a ballare Sandy Shaw e Petula Clark e Albertino Marozzi, faccia come natica, pur non avendole mai viste in vita sua correva ad abbracciarle con grandi grida di giubilo. Franco Estill, pescando fra gli ormai tanti virtuosi della sala, stava formando un balletto di giovanissimi, fra i quali ricorderemo Loredana Bertè e l’allora magrissimo e già bravissimo Renato Zero. Fu introdotta la prima discoteca, che aveva il compito di riempire ogni fessura fra un’orchestra e l’altra; ad azionarla c’era una stupenda ragazza del Galles, Janice. Al controllo delle porte c’era il futuro “Cosimo de’ Medici” ossia Marcello di Falco; a presentare c’era sul palco l’Eddie Ponti il quale, con la supervisione di Piero Vivarelli, cominciò a registrare ed a mettere in onda da Radio Montecarlo una trasmissione che presentava le novità discografiche in anteprima assoluta per tutta l’Europa e che veniva realizzata direttamente in sala fra i ragazzi. Il Top Ten al quale dettero un contributo iniziale anche Tito Schipa Jr. ed Enrico Montesano, che allora faceva quasi solo imitazioni, ebbe fra i suoi primissimi “ospiti”, a cui si faceva un’intervistina a metà trasmissione, la signorina Patrizia Vistarini la quale, eletta poco prima Miss Teenager italiana al Piper col nome di Patrizia Perini, aveva cambiato nuovamente nome per seguire, come già suo padre, la carriera cinematografica; da allora Patrizia la conoscono tutti come Mita Medici e, tanto per la cronaca, è sempre rimasta la ragazza semplice, sincera e “giusta” di allora. Era venuta un’altra orchestra ad esibirsi al Piper e come era consuetudine, fu ascoltata con una forte diffidenza iniziale, ma ben presto venne adottata incondizionatamente da tutti i piperini; erano The Senate il gruppo con Mark David, Alex, Tony Mims e tanti altri (una decina) con i fiati in organico ed un affiatamento straordinario, frutto delle fatiche di Tony Mims. Quando i Senate si sciolsero, si vide gente piangere; nacquero dalle loro ceneri altri favolosi complessi, e basterà ricordarne uno, i Sopwith Camel, quei Camel così bravi e così giusti che finirono prematuramente i loro giorni sul patibolo dei discografici. Un altro complesso (questo tutto francese) I Pirañas, spopolava con l’autorità indiscussa di un professionismo a tutta prova e con un repertorio preso in gran parte da Otis Redding; a questo proposito è da ricordare a serata in cui, giunta la notizia della morte di Otis e di tutti i componenti della sua orchestra per la caduta dell’aereo, i Pirañas, piangendo come vitelli, suonarono in suo onore un concerto che fece venire a tutti la pelle d’oca. In questa occasione dette il suo contributo anche Wess. L’allora giovanissimo bassista degli Airedales, che da pochissimo aveva sostituito al canto l’ormai troppo “importante” Rocky Roberts.